La dolce vita

Se il turista vuole infilarsi nel percorso della dolce vita romana, cioè di qualcosa che ha oscillato tra il mito e la realtà, può camminare per Roma, inseguendo le immagini che ricorda del film di Fellini, qualche spezzone di altri film, qualche eco di cronache lontane, la sua sensibilità e fantasia.

 

Dovrebbe farlo di sera, dopo la cena, per entrare in sintonia con una storia che non è poi troppo lontana, ma può farlo di giorno per crearsi il suo teatrino di immagini. Potrebbe partire dalla Casa del cinema a Villa Borghese, con la speranza di imbattersi in una mostra o una rassegna. Sarebbe comunque un bell’inizio perché tra la dolce vita e il cinema c’è un legame assoluto.

 

Poi, lì vicino, per Porta Pinciana, attraversare le Mura aureliane, soffermandosi un poco a guardare quel pezzo di storia che riporta all’imperatore Onorio, alla verità e leggenda del bizantino Belisario, agli interventi subiti tra l’800 e il ‘900 senza mai perdere il suo carattere originario. Da lì sarà già in via Veneto – si chiamerebbe Vittorio Veneto ma nessuno dirà così.

 

Vedrà allora il vero e proprio teatro della dolce vita, di una commedia interpretata da migliaia di comparse, fluttuanti di giorno tra i negozi e di sera tra le luci. Non è poi così antica perché fu costruita su una villa dei Lodovisi Boncompagni negli anni ottanta dell’Ottocento, quando Roma doveva espandersi e si scatenò una grande speculazione edilizia destinata a generare anche uno dei più importanti scandali della giovane vita italiana.

 

Sparivano alberi secolari, nasceva una strada moderna e, intorno a lei, un quartiere, ma rimaneva qualcosa che il turista, abbandonando per poco l’idea della dolce vita, può vedere, imboccando alla sua destra la via Lombardia. Lì potrà vedere quanto resta della Villa, un palazzotto del XVI secolo, non proprio esattamente come era allora, ma sostanzialmente fedele allo spirito della Villa scomparsa, il Casino con la sala dell’Aurora, il bellissimo affresco del Guercino rappresentante il carro della divinità che sparge fiori al sorgere del sole, ed altre opere magnifiche.

 

Ma siccome lo scopo è penetrare nella dolce vita, il turista dovrà imboccare di nuovo via Veneto e pensare moderno. Si rassegnerà al traffico ma godrà le vetrine e le luci, i dehors, i larghi marciapiedi, e dentro di sé potrà canticchiare qualcosa che lo ispira, le note della colonna sonora di Nino Rota, il compositore dei film di Fellini, in una delle versioni che preferisce.
Il film è il racconto di un’epoca e conviene cercarla, immaginare ai tavoli dei caffè il confuso andirivieni della gente, il parlottare degli attori, come se fossero in attesa di partecipare a una scena, l’impazzire dei paparazzi con i flash, in parte odiati in parte desiderati dagli attori. Magari qualcuno più cinefilo di altri, potrà passare dal Marcello Mastroianni-Rubini, al Totò chiassoso posteggiatore alle prese con il cugino Peppino venuto di campagna e presto preso dalle bollicine dello champagne e dal brio delle compagne di tavolo.

 

Ma sarà sempre la scintillante vita di una stagione irripetibile, bella forse perché filtrata dal bianco e nero, bella forse perché lontana. Per completare l’opera si potrà raggiungere piazza Barberini, dirigersi in via del Tritone e seguire le indicazioni per la Fontana di Trevi. Anche qui tanto cinema e tanta vita. I venditori di cartoline, ricordini e quant’altro, e i ricordi delle pellicole, dal Totò che la fontana voleva venderla, al Manfredi che, per amore di Stefania Sandrelli, si picchia con un cineasta in C’eravamo tanto amati, all’immagine di lei, di Anita Ekberg, da dove si può dire che tutto cominci.

 

Fontana bella, fontana papale e barocca, immagine rigogliosa dell’Acquedotto augusteo, urna della speranza che una monetina gettata alle spalle riporti in quel meraviglioso luogo che è Roma. Fontana del bagno di Anita-Silvia, Anita in cerca notturna di latte per un gatto, seguita da Marcello mandato in cerca, poi sola nelle viuzze con il gatto in testa, meravigliosamente colpita dalla fontana, irresistibilmente chiamata dall’acqua, creatura quasi divina, nell’abito da sera che Marcello deve raggiungere come chiamato da una calamita, tra sensualità, smarrimento, poesia.

 

Così il turista ha compiuto anche lui un giro di Roma che è giro dell’anima e dei ricordi di un tempo che il film ha fissato. Arrivato che ha cercato Roma ricordando ciò che poteva del film, vorrà ora vedere il film ricordando le strade e le piazze di Roma.

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