Itinerari romani: una passeggiata romantica al Pincio

 

Un tempo la passeggiata al Pincio era la preferita dai romani in direzione nord rispetto al centro cittadino, arrivavano principalmente da tre strade che confluivano in piazza del Popolo, via del Babuino, via di Ripetta e via del Corso.

 

Da lì accedevano verso il Colle vero e proprio. Prendendo per la salita, il paesaggio si fa quasi improvvisamente, da urbano, a alberato, con un viale fresco che nasconde sorprese. Si passa per luoghi ombreggiati, tra gli alberi, le siepi, i fiori, in un percorso che conduce alla Villa Medici e al cosiddetto Muro torto, un viale che ricalca l’antica struttura creata anticamente a sostegno del terreno su cui poggiavano ville patrizie, ma un altro raccordo porta, attraverso via delle Magnolie, a Villa Borghese.

 

C’è da inventarsi la gita che dettano la fantasia e il cuore, diversa se si è da soli o in compagnia, se si è maturi o giovani in cerca di tranquillità. Qualunque sia la scelta, il premio più bello consiste nel panorama.

 

Già Salvator Rosa, nel XVII secolo, passando da Firenze a Roma, aveva capito quel valore, stabilendo in quei pressi la sua residenza. Impegnato in battaglie artistiche e politiche, polemico e combattivo, sdegnoso e chiuso in un suo mondo con la sua Lucrezia, si placava camminando per il Colle, seguito da qualche discepolo. Dal Colle traeva ispirazione per le vedute e la rappresentazione dei monumenti.

piazza del popolo

Rispetto al tempo di Salvator Rosa il panorama è cambiato, ma restano alcune cose, la solennità dei grandi palazzi vaticani, e specialmente della cupola di San Pietro, le linee tracciate dalla natura tra i colli, da Monte Mario al Gianicolo. Ecco, un percorso possibile è quello, della natura e dell’ambiente per il quale smartphone e macchine fotografiche più tradizionali possono riempire il carniere della caccia fotografica. Ma sono possibili anche altre chiavi di lettura, ad esempio quella storica, che andrebbe pensata intanto attraverso l’origine napoleonica della sistemazione del luogo, prima sede di ville patrizie o di insediamenti religiosi, quando gli amministratori francesi vollero dare alla città un moderno percorso pubblico che coinvolgesse il colle e lo spazio ai suoi piedi, dove appunto cominciò a conformarsi in modo nuovo la piazza del Popolo. Poi occorrerebbe pensare al tempo della Repubblica romana, nel 1849, quando il colle fu fortificato per favorire la resistenza all’assedio francese che con le sue cannonate, produsse danni.

vista pincio

 

Nacque allora, lanciata dai repubblicani, l’idea di illustrare i viali del Pincio con le glorie italiane, attraverso una serie di busti che testimoniassero la ricchezza culturale e ideale della nazione. Caduta la repubblica, una parte di quei busti, nel frattempo scolpiti, anche se solo quelli meno invisi al potere papale, vennero collocati mentre, in un secondo tempo, furono messi anche gli altri, ma con i nomi cambiati rispetto al vero personaggio rappresentato. Siccome poi, dopo la caduta del Potere pontificio, altri busti si aggiunsero e monumenti dedicati a episodi e personaggi storici, ecco un buon motivo per la passeggiata culturale.

 

Ma c’è poi una terza chiave di lettura della passeggiata, quella più mondana che si lega alla Casina Valadier, dal nome dell’architetto che aveva prodotto il primo progetto in epoca napoleonica e l’aveva ripreso dopo la caduta di Napoleone. Il complesso neoclassico, la grande e bella terrazza, il caffè, lo spirito dei grandi letterati. Per settimane, Saul Bellow scrisse ad un tavolo della Casina Valadier.

 

E anche D’Annunzio aveva amato e scritto in quel luogo. Pirandello accompagnava lì l’infelice moglie, sperando che le desse tranquillità. In tempi più recenti, Peppino de Filippo festeggiò lì le nozze d’oro con il teatro. Molti altri vi fecero capo. E il cinema non l’ha trascurata, come il film Gli indifferenti di Citto Maselli, del resto tratto da un romanzo di Moravia che era stato spesso alla Casina anche da bambino. In un film dell’immediato dopoguerra, Abbasso la ricchezza, di Gennaro Righelli, la fruttarola Anna Magnani, passata per una improvvisa ricchezza subito svanita, pranzava lì con un aristocratico in declino, Vittorio De Sica, ed era scena bella e commovente grazie alla terrazza della Casina.

 

E poi altri film, come Febbre di vivere, In una notte di chiaro di luna, altri ancora, era quella la location. Perché non la fa propria anche il visitatore di Roma nelle sue passeggiate?

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